Bandits Crew: passato, presente e futuro del breaking.

Milano, primi anni 2000.

Li ricordate? Per me sono stati gli anni dell’adolescenza, gli anni del liceo. Quel periodo in cui inizi a percepirti nel mondo, a capire cosa ti piace e cosa no, a decidere da che parte stare. Non c’erano Instagram e Facebook, non c’erano gli smartphone. C’erano i cellulari, in bianco e nero, forse i primi a colori, da cui mandavamo sms attendendo con ansia le Christmas e Summer card. Ci si scambiava squilli che equivalevano a “Hey, ti sto pensando!” e le giornate scorrevano condivise con pochi e in strada.

Milano, primi anni 2000.

In Corso Vittorio Emanuele II, laddove adesso si stagliano GAP, Tezenis e Pull&Bear c’era un varco. Una scalinata portava a un Mc Donald’s e sotto, in quell’atrio, si radunavano decine di ragazzi accomunati da un’unica grande passione: l’Hip Hop. Erano gli anni di Mtv che mandava a ripetizione video di Eminem, 50 Cents, Snoop Dogg… I rapper italiani stavano salendo in classifica. La Spaghetti Funk, la Dogo Gang, Fibra: stavano diventando una voce sempre più forte e affermata. Stavano diventando la voce di tutti quei ragazzi che arrivavano dalla periferia, i reietti, gli emarginati, gli strani. Tutti radunati al Muretto. Tra chi taggava, chi si esercitava nel beatboxing e chi si sfidava a colpi di rime c’erano anche loro, i ballerini di breakdance.

I Bandits Crew sono nati in questo contesto. Sono nati al Muretto. Si sono ritrovati ad essere tra i principali protagonisti di quello che non era solo un luogo di ritrovo, ma una fucina di talenti, un universo che sviluppandosi nel centro città aveva già dichiarato dove si sarebbe posizionato negli anni futuri: in cima. “Fare scuola” nel mondo dell’hip hop è il sogno, l’obiettivo. I Bandits si sono distinti già dalla prima battle su quel marmo di Corso Vittorio Emanuele II. Non si sono fermati dopo che il comune decise di borchiare il pavimento per impedirgli di ballare. Si sono spostati altrove, sono cresciuti, nella capacità e nel numero. Hanno vinto le principali competizioni dedicate alla breakdance, hanno collaborato con nomi importanti del mondo della musica, hanno rappresentato il breaking in televisione. Hanno fatto scuola e sono diventati scuola con, non ultima, la fondazione del Bandits Dance Studio, dove stanno passando il testimone di una disciplina che affascina e infiamma gli animi dalla sua nascita nei primissimi anni ’70.

Bandits Crew

Isabel: “Dalla strada ai palchi”, dal Muretto all’accademia Bandits. Lo avreste mai detto all’epoca che sareste arrivati a “fare scuola”?

Roman Froz: La risposta è ovviamente, no! Quando abbiamo iniziato nessuno di noi avrebbe mai immaginato che il breaking sarebbe diventato un lavoro. All’epoca il massimo dell’introito arrivava dagli street shows: dove ci allenavamo, in San Babila, mettevamo un cappellino a terra e si raccoglieva ciò che arrivava eseguendo coreografie e routine. Siamo passati da quel tipo di realtà ai palchi di Parigi 2024, momento il cui il breaking entrerà ufficialmente tra le discipline olimpiche. Il Muretto è stato il primo posto a Milano dove ho visto ballare la breakdance. Ho visto allenarsi Natural Force Crew, Mosè ( Esom Rock,membro e cofondatore Bandits), Mad Lucas (membro e fondatore Bandits) e ho subito capito che loro erano le persone con cui avrei dovuto allenarmi per migliorare. Abbiamo fatto tanta strada da quel periodo ad oggi. Abbiamo vinto molte competizioni, abbiamo partecipato a moltissimi eventi. In più è nata l’idea di far nascere un punto di aggregazione e ritrovo, che è il Bandits Dance Studio, che andasse a ricoprire quello che era stato il ruolo del Muretto. Il Muretto era un luogo, ma era fatto dalle persone. Non c’è più il luogo, ma le persone ci sono ancora! E oggi possono ritrovarsi al Bandits Dance Studio e fare quello che abbiamo fatto noi in quel posto ormai entrato nella storia del breaking milanese e cioè realizzare i propri sogni.

I.: Com’è cambiata la breakdance dai primi anni 2000 ad oggi?

Logan: Il breaking ha subito un’evoluzione pazzesca! E’ partito dall’essere una disciplina di strada fino poi a ricevere l’attenzione di media e sponsor, che l’hanno spinto in televisione o sui palchi di diverse manifestazioni. Ha attirato l’attenzione del grande pubblico e ha guadagnato investimenti di capitali nella sua diffusione. Pertanto il cambiamento che ha vissuto è di tipo sia culturale che economico. Dal 2000 a oggi sono aumentati a dismisura gli eventi di settore! Dal 2000 ad oggi la break è stata sul piccolo e grande schermo, è stata a teatro e così facendo è stata contaminata da diversi ambienti, da diverse discipline. Fino ad arrivare, come accennava Roman prima, all’agonismo con il suo inserimento dal 2024 nei Giochi Olimpici. Era qualcosa di grezzo che si faceva in strada e ora continua ad essere grezza e fatta in strada, ma è anche tanta tecnica e spettacolo.

I.: La break nasce in strada, nasce in periferia ed eredita tutta una serie di dinamiche che la rendono una danza fortemente competitiva. Trasferirla dalla strada a una palestra la impoverisce in qualche modo delle sue caratteristiche?

Logan: Per quanto concerne l’approccio al breaking ci sono delle scuole, delle correnti che hanno mantenuto un atteggiamento più duro. L’inserimento della break in contesti come il teatro, gli eventi, le competizioni l’ha resa una disciplina alla portata di tutti. Anche il fatto che oggi sia possibile costruire delle opportunità di lavoro attorno al breaking ha cambiato un po’ la visione delle sue origini. Oggi trovi chi segue la disciplina con accanimento e competitività, trovi chi ne segue solo l’aspetto agonistico, ma anche chi si avvicina alla disciplina solo per divertirsi!

I.: Vi manca ballare in strada?

Logan: Io ho continuato a ballare in strada! Qui più o meno tutti abbiamo continuato a farlo. Non ci siamo mai fermati.

Froz: Esatto, anzi! Abbiamo un nuovo “Muretto”, che è Moscova.

Logan: Attualmente Esom Rock continua ad avere un ruolo focale nella scena milanese grazie a punti di ritrovo quali, appunto, Moscova. Esom è un po’ il perno attorno a cui ruotano tutti questi luoghi dove viene data la possibilità a tutti, di fasce di età ed esperienza diversa, di interagire tra loro, scambiarsi informazioni sul breaking. Questa interazione, per esempio, non c’era prima! L’approccio duro di cui parlavamo pocanzi limitava questo flusso di comunicazione e crescita. Oggi, salvo rare eccezioni, direi che il coinvolgimento di tutti è decisamente la prassi. Prima se eri lo scarso di turno stavi fuori. Se eri appena arrivato stavi fuori. Invece adesso i grandi guardano molto ai più giovani. Più li accogli, più permetti loro di sentirsi parte di ciò che accade e prima possono sviluppare una loro identità e trovare il loro posto in questo universo.

I.: In ogni settore artistico ci sono i “puristi”, che negano e boicottano il mainstream. Dal canto vostro il mainstream lo avete alimentato e cavalcato, partecipando a talent quali Amici e Tu Si Que Vales. Qual è il modo migliore di inserirsi in questi contesti preservando una fantomatica “purezza”?

Pesto: Prima di avvicinarmi al breaking ero inserito in un contesto che si occupava principalmente di questo. Ballavo in un’accademia che ti faceva avvicinare alla danza con un’impostazione già finalizzata ai lavori mainstream. Ho fatto un’esperienza che mi ha portato dal maintream a un prodotto che può esserlo, pur essendo dalla nascita legato all’underground. Credo che di qualunque cosa si tratti, che si tratti di danza o di qualsiasi altra forma d’arte, prima di tutto devi farla al meglio per te. Farla con passione e coerenza nel rispetto di quella che è la storia di ciò che stai facendo. Dopodiché se hai delle occasioni per mostrare il tuo lavoro a un pubblico più ampio, come può accadere in un programma televisivo e ti pagano per farlo… Non ci vedo nulla di male! E’ il prodotto che conta. Se sei bravo, ballare in strada o in televisione non altera la genuinità del messaggio che dai.

Bandits Crew

I.: Proprio durante la partecipazione ad un talent, Rudy Zerbi vi ha mosso un critica che, al di là dei toni usati, può essere un interrogativo legittimo anche per gli “addetti ai lavori” del breaking e cioè: è ancora possibile portare qualcosa di nuovo alla breakdance?

Froz: Questa è una bella domanda, che per me riguarda un po’ tutte le arti. Nel nostro caso da qualche parte nel mondo c’è un ballerino alla costante ricerca dell’originalità, della capacità di stupire, di lasciare il segno. Prima o poi si scontra con un altro ballerino, che arriva da un’altra parte del mondo, che è arrivato alle sue medesime conclusioni partendo dalle stesse basi. Spesso portare qualcosa di nuovo è soggettivo. E’ sicuramente un obiettivo dell’arte, perché l’arte si evolve insieme alle persone, alla società, alla politica, alle leggi e alla morale e così via. E’ difficile rispondere in modo oggettivo alla tua domanda. Un’ altra limitazione arriva dalla difficoltà di poter dichiarare che qualcosa sia oggettivamente originale, a meno che non ci si trovi di fronte al genio. Questo perché chi ti guarda, chi ti sta attorno, tutti gli addetti ai lavori devono riconoscere in te l’originalità e l’innovazione. Ma la maggior parte dei ballerini non sono così, questi sono casi eccezionali, quasi unici.

Altra cosa invece è criticare uno show, come nel caso di Zerbi. La sua è una critica da non addetto ai lavori. Zerbi si occupa di musica, è un critico musicale. La sua critica l’abbiamo presa serenamente tenendo presente che non si occupa di danza. La sua personale opinione è stata che non abbiamo portato nulla di nuovo al breaking, mentre Maria ha dichiarato che siamo i più bravi che abbia mai visto. Siamo passati da un – 10 a un + 10. Abbiamo accettato le opinioni di tutti senza problemi! Poi Rudy mi sta anche simpatico! (ride)

I.: Cos’è per voi il breaking?

Pesto: Non è un qualcosa di definito per cui puoi rispondere “per me il breaking è questo!”. Dipende a che punto sei con la tua vita. Puoi trarne più benefici a seconda di come decidi di rapportartici. Puoi coltivare l’ego, perché vinci la battle e ti senti fiero di te. Può trasformarsi in uno sfogo prettamente artistico o può far parte di un processo terapeutico… Per me per esempio è stato fondamentale in quest’ultimo ambito. Mi ha aiutato moltissimo ad affrontare un momento difficile della mia vita. Personalmente la vivo come una forma di meditazione. Lo pratico e praticandolo realizzo molte cose, che poi mi sono utili nella vita di tutti i giorni. Dare un solo significato alla breakdance è difficile. Accompagna la mia vita e si modella nel suo ruolo a seconda di dove sono e come mi sento.

I.: Come spiegate il breaking alle nuove generazioni?

Logan: Per me il breaking e la danza in generale sono un canale attraverso cui portare fuori la persona che sei. Per chi investe tempo, per chi lo pratica regolarmente diventa un processo di costruzione della propria identità. Il breaking prevede che tu sia in un ambiente che è comune, che ti mette in relazione con gli altri. E’ una danza che è singola, ti mette alla prova con te stesso, ma allo stesso tempo ti inserisce in un gruppo in cui i ruoli sono definiti e i legami intensi, stretti e forti. Tu balli da solo, ma in quel momento stai rappresentando la tua crew, la tua città, la tua scena. Hai due fasi insomma: nella prima fase c’è la creazione del legame con gli altri e con l’insegnante, nella seconda c’è la sfida con te stesso, coi tuoi limiti. C’è l’arrivare stanco all’allenamento e non farcela, la jam del sabato sera dove ti confronti con tutti gli altri, la battle della domenica. C’è il tornare a casa ed essere felicissimo o amareggiato, perché hai visto persone a un livello molto più alto del tuo e tutte queste emozioni ti fanno tornare al punto di partenza dove le analizzi da solo prima e col gruppo poi. Il breaking per come lo vivo io e per come lo trasmetto ai miei allievi è la trasposizione della vita di tutti i giorni, tra gioie, dolori, attimi di solitudine e momenti di profonda condivisione.

Pesto: Aggiungo solo una cosa che è molto importante insegnare secondo me: la necessità di lavorare con pazienza e fiducia se si vuole avere qualità a lungo termine. A volte mi trovo a faticare nel trasmettere fiducia ai ragazzi. Vedo che ciò che esprimono è arte concentrata sulla gara della domenica, dove se vincono vuol dire che han fatto bene, se perdono sentono che stanno facendo male. Il breaking non è così semplice e può, come tante cose nella vita, dare soddisfazioni nel lungo periodo. Il breaking è anche farsi domande scomode circa cosa non funziona nella tua danza in quel momento ed è anche la tua reazione alla risposta che magari non vuoi darti.

I.: Cosa state imparando voi dai vostri allievi?

Froz: Dagli allievi si impara tanto. Ho imparato i nuovi trend, i modi di pensare… Vedi cosa emoziona i ragazzi. Quando insegni un nuovo passo e vedi che lo imparano e lo eseguono e li guardi emozionarsi, è bellissimo. Ti dicono “Grazie, maestro!” e ti sorridono e tu impari a gioire per gli altri. Non ti limiti a fare il tuo lavoro, ma ti diverti. E quando ti diverti insegni tutto con più passione e spieghi con coinvolgimento, non solo il breaking! Ci sono molti ragazzi che alla fine vengono a chiederti consigli anche su questioni private. Impari l’inclusione: i nostri allievi appartengono a tutti gli strati sociali. C’è chi arriva da una situazione più agiata e chi arriva dalle classi popolari e qui ad unirli trovano la danza. Per quanto la breakdance sia nata dalle classi popolari ora non esclude più nessuno, ora include tutti.

Pesto: C’è un’idea generalizzata per cui la gioventù odierna sia bruciata. In realtà io conosco ragazzi molto più piccoli di me che, anche al di fuori del breaking, sono avanti su molte cose! C’è già chi è reseller di scarpe e ci vive, chi è informato e attivo su temi socioculturali… Già a 15/16 anni si esprimono su diritti umani, problemi ambientali. Io sono fiducioso.

Logan: Io nelle nuove generazioni vedo un moto più precoce verso la presa di coscienza. Senza andare troppo lontano ho un esempio seduto qui al mio fianco, Pesto. Tu quanti anni avevi a inizio pandemia?

Pesto: 21 anni

Logan: Pesto a 21 anni ha avviato una raccolta fondi per l’ospedale della sua città. Io alla sua età non mi sarei mai immaginato di poter fare una cosa simile. Quindi sottoscrivo: dalle nuove leve impariamo sempre di più e restiamo sorpresi, sempre di più.

I.: Sentite mai il peso di essere diventati una crew di riferimento e delle colonne portanti dell’hip hop nel nostro paese?

Froz: Il peso no. La responsabilità, forse! Come viene detto in Spiderman: “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Nel momento in cui raggiungi un risultato, non devi nulla a nessuno, ma diventi responsabile soprattutto nel momento in cui cresci. Quando sei giovane è il risultato che vuoi e lo ottieni. Poi cresci e hai degli allievi e persone che ti guardano, perché desiderano raggiungere i tuoi stessi obiettivi e a quel punto devi prestare attenzione a ciò che trasmetti. Devi dimostrare passione e umiltà, perché in questo mondo, come disse un altro bboy: “Più arrivi in alto e più devi stare coi piedi per terra”. Nel breaking un giorno vince uno e il giorno dopo vince l’altro. Il breaking non è la gara dei 100 metri, è una maratona. Un esempio? Esom Rock della nostra crew: non ha mai vinto un Red Bull BC One, ma è un punto di riferimento per moltissimi nell’universo breaking. Perchè? Perché è un maratoneta. E’ uno che non ha mai mollato e che non balla per vincere la gara, ma perché il breaking è il suo stile di vita. Per noi non è un peso e anche la responsabilità la prendiamo a cuor leggero, perché siamo sempre genuini in qualunque delle nostre scelte.

Bandits Crew

I.: Se non ci fosse stata la danza nella vostra vita?

Pesto: Io fin da piccolo son sempre stato molto fisico e curioso sul piano delle discipline motorie. Forse mi sarei buttato su qualche altro sport. Ho giocato a basket, quindi forse avrei continuato, ma non mi avrebbe dato quella libertà d’espressione che può trasmettere una disciplina artistica come la danza. Non saprei proprio… Non riesco a immaginarmi fuori dal breaking. Anche perché non ho mai voluto fare altro! Nel 2009 con la morte di Michael Jackson ho scoperto il breaking e ho subito deciso che avrei voluto fare quello.

Froz: Io sarei stato un interprete simultaneo di italiano – russo. E’ un lavoro che ho già fatto. Oppure avrei lavorato nel settore informatico! Ho la passione per i computer, quindi avrebbe potuto essere un’alternativa.

Logan: A me questa disciplina ha dato tutto. Sono una persona estremamente pigra, non mi muoverei mai dal divano. Ma posso allenarmi 7 giorni su 7! Il breaking è l’unica ragione per cui mi muovo! Odiavo le lingue prima di iniziare a fare danza e ora per il breaking ne sto imparando una terza. Senza la danza posso solo immaginare che sarei stato l’esatto opposto della persona che sono oggi. E non so quanto sia positivo! (ride)

I.: Hip Hop non è la danza. Hip Hop non è la musica. Ma è entrambe le cose. L’hip hop è una cultura in cui le sue discipline camminano e si evolvono contemporaneamente. Ma è ancora attivo quell’ingranaggio che fa viaggiare break, rap, writing e djing insieme?

Froz: Questa è una domanda ricorrente. C’è sempre molta curiosità nel testare il funzionamento della comunità hip hop. L’hip hop è formato da 4 discipline, arti praticabili: “arti” perché hanno l’elemento artistico al loro interno e “praticabili” perché le devi fare fisicamente. Non basta dire “Sono un bboy ” per esserlo. Writing, Breaking, MCing e Djing. Queste 4 discipline oggi sono traducibili in settori artistici e professioni. Il writing è diventato street art nonché design, il breaking è la breakdance con più di 1 milione di ballerini attivi nel mondo, il DJing è spesso rappresentato dai producers, l’ MCing è appannaggio di rapper o trapper ormai benestanti se lavorano bene. Oggi abbiamo una settorializzazione delle discipline dell’Hip Hop, ma non perché l’hip hop sia andato male, anzi! La società si è evoluta in modo che ciascuna delle discipline che lo compongono potesse svilupparsi e crescere nel proprio settore. In origine l’hip hop era unito, ma era fatto da poche persone. Oggi l’hip hop si manifesta separatamente, ma alla massima intensità. Se i graffiti fossero rimasti solo sui muri, se la break fosse rimasta solo in strada, se il rap, il soul e l’rnb non fossero tra i generi musicali più ascoltati, non si potrebbe parlare di futuro. Non ci sarebbe futuro. Afrika Bambaataa di certo non se lo sarebbe immaginato, ma l’Hip Hop oggi è più sano e vivo che mai.

I.: Il breaking può salvare la vita?

Froz: L’individuo può salvarsi. Il breaking è una scelta dell’individuo. Può salvarti la vita nel momento in cui lo abbracci. Ti mette in contatto con altre persone, non ti isola, quindi può tenerti a galla in situazioni poco piacevoli e difficili. Tu scegli di fare breaking e il breaking ti offre delle occasioni per dare il meglio di te.

Logan: Il breaking è il collante. La parte bella del breaking non è il breaking, ma quello che ci sta attorno! Ma ciò che ci sta attorno lo scegli tu.

Pesto: Io come ti accennavo prima ho vissuto un momento molto brutto, durante il quale ho sofferto anche di attacchi di panico e di ansia. Quest’ansia mi impediva perfino di prendere i mezzi pubblici. Un episodio che ricorderò sempre è che sono riuscito a prendere la metro, perché un giorno avevo trovato delle skills nuove e per me era importante farle vedere a Philgood (membro dei Bandits). Sono delle piccole cose, ma quando ci ripensi e ricolleghi i pezzi e la conclusione è sempre il breaking… La mia risposta è sì! Può salvare la vita.

I.: E’ mai troppo tardi per imparare la breakdance?

Pesto: No! Dipende sempre come la vuoi fare. Ma non essendo il breaking solo le competizioni, ma più che altro un momento di condivisione, socialità e benessere, siamo tutti d’accordo nel dire che non è mai troppo tardi!

Froz: Vieni al corso e lo scoprirai! (ridiamo)

Per saperne di più su Bandits Crew visitate il loro sito: https://www.banditscrew.com/

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