Urbansolid: il punto di rottura è la terza dimensione.

A cosa pensate se vi dico “città“?

Io penso ai palazzi, a costruzioni alte, imponenti a tratti soffocanti. Penso al cemento, al traffico, alla velocità. “Città” è sinonimo di frenesia, di ampiezza, di opposti come centro e periferia. Una città vive di luci ed ombre, con i suoi monumenti tirati a lucido per la fame di bellezza dei turisti e stazioni dimenticate, che nelle ore serali trasmettono un senso di smarrimento e fragilità a chi le attraversa. Vivere a Milano è così: un viaggio sulle montagne russe con momenti alti di maggiori possibilità e un abisso di vite controllate dall’orologio.

Una persona che si perda tra le strade di una metropoli, vista dall’alto apparirebbe come il personaggio di un videogioco smarrito in un labirinto. La vedrebbero aggirarsi per strade a senso unico, circondata e bloccata da mattoni su mattoni, alla ricerca di una via di fuga.

La speranza e il punto di rottura nel grigio del cemento è il colore. Colore che viene spesso offerto da illegali artisti che, da dietro l’anonimato del solo nome d’arte, intervengono sulla monotonia con le loro bombolette spray.

Il writing apre le porte segrete della riflessione, della reazione al diverso e all’inaspettato. Lo spruzzo delle bombolette assottiglia e piega anche la costruzione più solida e spesso i murales occupano superfici così ampie, che sembrano inghiottire i passanti proiettandoli in dimensioni parallele.

Quest’ultima è stata pressappoco l’intuizione di Riccardo Cavalleri e Gabriele Castellani. I due, con esperienza nell’arte del writing, decidono di aumentarne la capacità di interazione con chi guarda offrendo alla street art una terza dimensione: nasce così il progetto Urbansolid.

Urbansolid rappresenta la sconfitta dell’uniformità, è l’idea che un soggetto artistico possa prendere vita uscendo dal suo spazio per invadere quello del suo fruitore. Così invasi da volti, corpi o simboli che escono dai muri e paiono sul punto di materializzarsi nella loro interezza di fronte a noi, non possiamo fare a meno di credere che un’alternativa sia possibile. Ben vengano allora il colore e Urbansolid, arte di strada, arte per la strada, arte per tutti.

Urbanbrain

Isabel: In un’intervista di un paio di giorni fa, Ghemon ( cantante e rapper italiano N.d.R.), ha sottolineato l’importanza della street art per rompere l’oppressione della routine e quel senso di assenza di vie di fuga dato dall’urbanistica. E’ la ragione per cui anche voi l’avete scelta come forma d’espressione?

Riccardo: Sì, direi assolutamente sì! La motivazione per cui poi sia esplosa a livello globale come forma d’arte, penso sia l’esigenza degli artisti di rispondere all’evoluzione che stavano avendo il linguaggio artistico e gli spazi dedicati all’arte.

Manca del colore! E la urban art va a colmare la lacuna dell’urbanistica, che non riesce a prevedere con così tanta fantasia dove e come aggiungerlo. Anzi! Al momento attuale si potrebbe anche coordinarla. C’è un esagerazione di stili, lì fuori. Ecco perché funziona!

I.: La street art può farsi sintesi dell’attualità, raccontandola e favorendone la comprensione?

Riccardo: Questo è proprio il compito che hanno gli artisti da secoli. Gli artisti sono sempre contaminati, ispirati da ciò che li circonda, riflettono, a modo loro, il mondo attorno. Il fatto che la street art e quindi anche la nostra arte, sia spesso ricca di contenuti, deriva dal fatto che nasce in città e le città sono abitate da molte persone, molti individui. Quindi ci si va inevitabilmente a scontrare con temi sociali. Fortunatamente i contenuti non mancano. Noi per primi non ci dedichiamo mai al decorativismo puro, cerchiamo sempre di affrontare un qualche argomento con le nostre opere, più o meno esplicitamente. Nel contesto in cui viviamo sarebbe anche riduttivo non fare da specchio alla realtà che ci circonda, così complessa e ricca.

I.: A scuola però di arte se ne parla sempre meno…

Riccardo: Sia io che Gabriele abbiamo fatto gli studi più classici per un artista. Arriviamo entrambi dal liceo artistico di Busto Arsizio, dove siamo nati.

Gabriele: E noi ne parlavamo tanto a scuola di arte!

Riccardo: Sì, noi l’abbiamo affrontata in modo molto approfondito. Dopo il liceo siamo stati anche a Brera e non ce ne siamo pentiti. Abbiamo affrontato l’arte come credo vada trattata: ci hanno insegnato a usare la testa, ma si usavano molto le mani. C’erano molte ore di pratica. Ora forse oltre alla testa si usa molto di più il mouse… Noi facevamo 40 ore settimanali, di cui 32 erano dedicate all’ornato, scultura, ci insegnavano a prendere le proporzioni col pollice. Dovessimo perdere tutte queste abilità, non ce le restituirà nessuno. L’arte apre le menti. Se se ne parla sempre meno è, forse, perché non c’è tutto questo interesse ad aprire le menti dei ragazzi. E’ probabilmente la visione più pessimistica della cosa, ma l’impressione è che vogliano livellare un po’ tutti gli indirizzi. C’è tanta promiscuità e non si approfondisce più come prima.

I.: Credete che tra le ragioni ci sia anche un approccio obsoleto alla didattica?

Riccardo: No assolutamente! Non è mai colpa degli insegnanti. Si trovano spesso insegnanti capaci, volenterosi. Gli ordini arrivano dall’alto, per uniformare, cercare di seguire un sistema comune, che lascia però enormi lacune non dando un’identità. Conosciamo un sacco di ragazzi giovani, che non hanno studiato arte e anche laddove l’hanno studiata, ti accorgi che non l’hanno studiata davvero, perché non gli è stato permesso di approfondirla come avrebbero dovuto.

Riccardo Cavalleri e Gabriele Castellani

I.: Tra le performance che avete creato ce n’è una che ha permesso la partecipazione di un clochard. Ecco l’arte che pone l’accento sui problemi sociali e rompe l’invisibilità. Che risultato avete ottenuto, siete riusciti nell’intento di aprire gli occhi?

Riccardo: E’ una performance che abbiamo portato anche a Londra dove però è stata improvvisata coi mezzi che avevamo. In realtà vorremmo riproporla nuovamente, organizzata in modo diverso, perché non è stata compresa come speravamo. Noi personalmente siamo molto soddisfatti del lavoro che abbiamo fatto, perché a noi ha lasciato molto.

Gabriele: Esatto! Noi di solito con le nostre performance desideriamo portare un messaggio agli altri, mentre questa volta abbiamo portato quel “qualcosa in più” a noi stessi. E’ una performance che richiede del tempo, perché solo restando lì in compagnia di quel clochard ne abbiamo compreso le difficoltà quotidiane, il suo pensiero. E’ sicuramente un’azione che può portare molto al prossimo, ma eravamo acerbi quando l’abbiamo organizzata. Ora vorremmo farla più in grande, fare più scalpore, che so! Immagina tanti camerieri che scendono da un treno in stazione centrale e ciascuno di loro va a posizionarsi accanto a un senza tetto! Lì sicuramente si attirerebbe l’attenzione che la performance merita.

I.: Le vostre opere sono tridimensionali. Che marcia in più vi offre la terza dimensione a livello espressivo e di risposta da parte dei fruitori?

Riccardo: Sicuramente al momento la terza dimensione scatena l’effetto sorpresa. Siamo solo noi tra i writers a fare quello che facciamo, quindi al momento mi sento di dire, che sia l’unicità la marcia in più. Se poi qualcun altro iniziasse a condividere il nostro stile, ben venga! Si potrebbe creare un nuovo movimento.

I.: Sempre nell’intervista a Ghemon si poneva l’accento sul potenziale delle periferie nello stimolo che danno a chi le abita. E voi scegliete spesso le periferie come spazio per le vostre installazioni. Che potenziale da la periferia alla vostra arte?

Gabriele: Rispetto al centro città sicuramente la periferia offre spazi maggiori. Ci sono più muri su cui agire e soprattutto muri di valore inferiore. Fondamentale nella street art è sempre dare valore e non toglierlo, quindi bisogna stare molto attenti a non deturpare costruzioni di un qualche valore storico o artistico.

Adamo ed Eva

I.: C’è differenza tra centro e periferia a livello di risposta da parte del pubblico?

Gabriele: A parte la tranquillità che puoi avere in fase di installazione, perché hai meno persone attorno che possono disturbare, no. Credo che la differenza stia unicamente nello spazio a disposizione, che fuori dal centro è maggiore. Forse hai un po’ più di risposta fuori dal centro? Le periferie sono molto popolate e può capitare che qualcuno in più ti scriva e ti faccia i complimenti, magari sottolineando che con la tua opera quel punto in cui passa tutte le mattine ha acquistato più valore e bellezza.

I.: L’arte affronta la realtà che ci circonda o ritraendola o esorcizzandola. Come risponderete in questo senso al periodo creato dalla pandemia tra chiusura, limitazioni e perdite?

Riccardo: Assolutamente esorcizzandola! Aggiungeremo colore, aggiungeremo contenuti, perché bisogna ripartire, più carichi di prima. Anzi siamo già a lavoro, perché a breve uscirà un’installazione nuova per dire che ci siamo e che non molliamo!

Per saperne di più, sito internet di Urbansolid: https://www.urbansolid.org/

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