Luana Rossetti: Spirali verso l’infinito

Nonostante abbia sempre messo un po’ di me stessa in ogni articolo scritto finora, questo che mi sto accingendo a scrivere lo sento come totalmente personale. Chiedo venia pertanto fin da subito, perché il mio giudizio sull’artista che sto per presentarvi sarà interamente soggettivo, influenzato da quanto andrò a raccontarvi di seguito.

Non ricordo con esattezza quando sia iniziata “questa storia della danza“, ma posso dirvi con precisione quando e chi l’ha influenzata: era la fine degli anni ’80 e ogni rete televisiva trasmetteva immagini e successi del Re del Pop. Io ero piccola, a malapena camminavo eppure riconoscevo la figura di Michael Jackson tra mille e restavo ipnotizzata ogni volta che quell’aggeggio di cui non sapevo il nome, mi rimandava le sue perfomance. A detta di mia madre, Michael Jackson fu per me il miglior baby sitter che avesse mai avuto: le bastava far partire qualche registrazione, mettermi davanti alla TV e io potevo stare lì le ore a guardare Michael ballare.

Negli anni non ho mai conosciuto un ballerino che non mi abbia detto “Ho iniziato a ballare con lui“.

Io non ho seguito le orme di Michael, nonostante gli anni passati a impararne ogni passo. Non ho ballato, non ufficialmente quanto meno. Per me la danza è sempre stata ciò che il canto è per molti: avete presente il “canto sotto la doccia“? Ecco, quello! Ballo quando nessuno mi guarda. Quello che mi è rimasto però, è il piacere che provo nel guardare le persone ballare. Se i film in stile Step Up e simili hanno avuto del seguito, lo ammetto, credo di essere la responsabile della metà delle visualizzazioni!

Sono arrivata a Luana Rossetti, perché desideravo più di ogni altra cosa, intervistare una ballerina. Era un tassello che dovevo aggiungere, un cerchio che dovevo chiudere. Ho confidato questo desiderio alla mia migliore amica e così, per caso, ecco arrivare il nome di Luana.

Quando sono finita sul suo profilo Instagram prima, e sul suo sito poi, sono rimasta folgorata.

Luana è pura energia. Ogni parte del suo corpo quando si muove sprigiona vita, vita propria. Le sue braccia, le sue gambe, la sua testa. Ogni singolo elemento viene isolato, sospeso, cattura lo sguardo e non puoi fare a meno di seguirlo. Questo è ciò che mi ha sempre affascinato dei ballerini: la capacità di isolare ogni atomo del loro corpo e muoverlo, rendendolo parte di un tutto o un singolo. Luana quando balla è contemporaneamente tutto e niente. E’ presente, è di fronte a te ad eseguire la sua coreografia e allo stesso tempo svanisce fondendosi con la musica, diventando la musica stessa e lo spazio in cui si muove.

Luana Rossetti

Isabel: Tu vivi e lavori a Berlino. Era nei tuoi progetti fin da piccola un trasferimento all’estero o è stata un’occasione che ti si è presentata per caso?

Luana Rossetti: Ho semplicemente seguito la danza. Ho sempre desiderato essere una danzatrice, fin da piccola. E sapevo di voler essere una danzatrice di un certo livello. A un certo punto della mia vita io stavo già lavorando nella danza, ma non ero soddisfatta del livello a cui ero arrivata: volevo di più. Così ho deciso di provare un’audizione per entrare nella miglior accademia di danza in Europa, nonché una delle migliori accademie nel mondo. All’epoca passavano l’audizione solo pochissimi ballerini. Io ce l’ho fatta e mi sono ritrovata in Olanda (Luana si è laureata presso la ArtEZ Dance Conservatoire n.d.r) . Da lì in poi ho girato diverse compagnie, sempre in Europa. In Italia sono tornata a fare qualche concorso, ma … Sembra che non mi vogliano in Italia! (ride) Quindi sono rimasta fuori dai confini!

I.: Esibirti e lavorare all’estero ti ha permesso di entrare in contatto con artisti internazionali di tutto rispetto nell’ambiente. Qual è la collaborazione che ricordi con più affetto?

Luana R.: E’ una domanda difficile. Lavorando nell’arte ogni incontro è basato su una profonda empatia, quindi è davvero difficile. Fammi pensare… Nel 2015 ero stata contattata da una coreografa per essere inserita in un progetto, un duetto. Avrei dovuto creare un pezzo in una settimana, che poi erano diventati due giorni! Il pezzo sarebbe durato 5 o 6 minuti e la collaborazione prevedeva che lavorassi con questa coreografa, che non conoscevo e con un danzatore, che non avevo nemmeno mai visto. Quando si era presentata questa opportunità io ero in un periodo molto brutto della mia vita. Era un periodo caotico, pesante, in cui stavo subendo abusi di ogni genere. All’epoca frequentavo un ragazzo che soffriva di schizofrenia e narcisismo. Entrambi disturbi che non curava, dimenticandosi perfino di prendere dei medicinali, diventando così molto… fisico. Io ero alla sua mercé. Ero quasi un ostaggio. Il progetto per il quale mi avevano contattata si chiamava “Coexistence“. Mi ero ritrovata in sala con la coreografa e di fronte a me c’era questo ragazzo alto, bello, di origini ghanesi… La coreografa ci disse: “Ora mettetevi l’uno di fronte all’altra, restate fermi e affrontate un percorso interiore, come se steste viaggiando. Quando tu, Luana, senti che è il momento di lasciarti andare, vai. E tu (rivolgendosi a lui), tu la fermi”. Si è sviluppato un progetto per cui abbiamo pianto tanto. Abbiamo pianto in sala prove, abbiamo pianto sul palco. Abbiamo pianto noi e aveva pianto il pubblico. Io avevo vissuto un vero e proprio down in seguito a quella collaborazione, perché avevo dato tutto. Avevo tirato fuori tutto ciò che avevo dentro. Ci eravamo esibiti sulla Primavera, delle Quattro di Stagioni ricomposte da Max Richter. C’era stato molto amore, molta tensione, molta fisicità in quell’esibizione. Non credo rivivrò mai un’esperienza come quella.

I.: In quanto ballerina ti senti più riconosciuta all’estero che in Italia?

Luana R.: Assolutamente sì. Io sono una danzatrice internazionale, sono un’insegnante internazionale. Ho sviluppato un mio modo di ballare, perché sono interessata alla scienza e ho capito che il corpo è in relazione con lo spazio e sto applicando questo concetto alla mia danza. Sono stata chiamata in Italia, diverse volte, a insegnare in diverse accademie per cui da giovane avevo fatto l’audizione senza successo. Non mi avevano voluto come danzatrice, ora mi pagano come insegnante, ma non sono ben vista. L’ Italia è competitiva, è conservatrice, è… “classica”. Io non appartengo all’Italia per la danza italiana. La mia danza è qualcosa che si fa all’estero, viene vista come “estera” . Luana Rossetti è straniera, è europea. Quindi sì, mi sento meglio riconosciuta all’estero. Come ballerina e come insegnante.

Luana on stage

I.: Dall’uscita di “Save The Last Dance” nel 2001, il mondo del cinema ha insistito molto sul tema della danza. Si è concentrato maggiormente sull’hip hop e la street dance. Il fil rouge che propone è sempre lo stesso: ambiente molto competitivo, prove estenuanti, il potere liberatorio della danza. Quanto c’è di vero in questi film? Credi abbiano dato un quadro veritiero della danza?

Luana R.: Tutti i film del genere sono molto americani. La danza è diversa in ogni continente, in ogni stato. Quindi io, per esempio, non mi ci rivedo. Forse potrei rivedermi in “A Time for Dancing”, in cui la protagonista si ammala di cancro. Perché quella che vivi con te stessa è una lotta molto dura. Per danzare e per farlo a quel livello, devi essere sempre al top. Devi essere al top con il tuo corpo, al top con la tua mente. Devi essere sana per danzare! E restare sana quando lavori nel mondo dell’arte è impossibile. O comunque è molto difficile. Non mi rivedo in quei film, perché non è vero che si passa l’audizione della vita! Nei film vai all’audizione, cadi e te la fanno rifare… Cadi ed esci! E’ così che funziona nella vita reale. Oltretutto in questi film l’audizione che mostrano è quella per accedere ad una scuola. Ti garantisco che è ben altra cosa partecipare a un’audizione per un lavoro! E’ molto più dura. La danza non è meritocratica innanzitutto. Io posso essere brava, posso essere la migliore. Ma se al coreografo non piace che io abbia troppa personalità, non mi prende. Io ho un curriculum invidiabile. Ma spesso non posso accedere ai fondi e accedono dei ragazzi molto più giovani, con meno esperienza, perché hanno studiato Berlino. Poi… se vuoi danzare, scordati di avere un fidanzato o una fidanzata. Se vuoi riuscire nella danza devi pensare solo a danzare. Devi essere concentrato, non puoi distrarti, devi essere egoista.

I.: Non molti giorni fa in televisione ho sentito questo pensiero: “la danza comincia dove viene a mancare la parola”. E proprio di linguaggio tu parli quando spieghi la tua danza.

Luana R.: Prima di tutto ci tengo a precisare, che io ho tre linguaggi differenti. Per me danzare, coreografare e insegnare sono tre azioni diverse e per ciascuna di loro ho adottato un linguaggio. Come danzatrice, usando un paragone molto “cheap”, mi sento acqua. L’acqua che si adatta ad ogni spazio. Come danzatrice quindi ti faccio tutto e adoro il processo creativo: l’analisi, la ricerca, la traduzione. Dopo anni di esperienza ho una pluralità di linguaggio, ho un dizionario dentro di me, che si arricchisce giorno dopo giorno.

Come insegnante il mio ruolo è quello di trasmettere la mia e altre tecniche affinché, come me, i miei allievi arrivino a individuare ogni cellula del loro corpo fino a poterla muovere con la loro tecnica in futuro. La mia tecnica l’ho chiamata “Physical Performance” ed è basata su delle spirali, da cui accompagno chi mi segue ad espandersi. Aiuto gli allievi a riconoscere in ogni movimento la derivazione dalle altre tecniche e li stimolo da lì ad “entrare” e andare avanti, a proseguire, in una spirale che si alimenta dei movimenti del corpo, ma anche della ricettività della mente.

Come coreografa baso il mio lavoro sul concetto di transfer freudiano. Sono rimasta molto affascinata da questo studio di Freud e ho passato un anno ad approfondirlo, per poi applicarlo alla danza: come faccio ad entrare in empatia con l’audience? Quando sono in sala prove stimolo i miei danzatori affinché i loro movimenti siano dei tic, delle vibrazioni, degli effetti psicosomatici di ciò che dobbiamo andare a trattare nel pezzo. Si parte con questi micromovimenti e da lì si amplia il movimento sempre di più fino alla forma finale. Di solito tratto sempre temi sociali e attuali, ma non mostro il tema, mostro la soluzione. E nella coreografia il mio linguaggio è estremamente metaforico.

Luana on stage

I.: Tu sei anche coreografa. Ti è capitato quindi di dover affidare una storia o un messaggio a un altro ballerino. A volte è molto difficile già esprimersi col proprio corpo… Quanto diventa difficile esprimersi attraverso il corpo di un’altra persona?

Luana R.: Ci sono corpi che, non importa cosa farai, non trametteranno mai nulla. Io cerco di non lavorare mai con quei corpi. E a volte la bravura fisica non ha nulla a che vedere con la percezione, con l’intuizione e con l’empatia. Mi è capitato di lavorare con persone che non avevano mai danzato a un certo livello e le ho fatte apparire come ballerini professionisti sul palco. Io creo con te, creo su di te. Ma ti do spazio per creare! Prima di darti il materiale per creare ti contestualizzo tutto, ti dico dove voglio arrivare e ti concedo anche il libero arbitrio. Il percorso è sempre molto pesante. Non pesante negativo, ma intenso e difficile al punto da sorprenderti. Da farti sorprendere di te stesso! Tante volte mi son sentita dire “Non ho mai fatto una cosa così!” o “Ho i brividi!”. Bisogna parlare coi danzatori. E non bisogna bloccarli. Non esiste il “No, questo è sbagliato”. Esiste il “Sì. E’ giusto… Ma lo voglio diverso”. Esiste il “Usa questo per arrivare altrove”.

I.: C’è un obiettivo futuro che ti sei prefissata di raggiungere? Un sogno che ancora non hai realizzato?

Luana R.: Me lo chiedo tutti i giorni da anni. Ma la vita si evolve quotidianamente e non riesco mai a darmi una risposta. Me lo chiedo ogni giorno da quando è iniziata la pandemia, perché ero all’apice della mia carriera e mi sono dovuta fermare. La danza mi sta facendo vivere giorno per giorno.

Ho altri sogni oltre alla danza! Ho sempre voluto studiare medicina legale e ingegneria aerospaziale. E sono stata a un passo dal decidere di lasciare la danza per riprendere a studiare. Ma non molto tempo fa ho rincontrato la direttrice dell’Accademia di danza dove mi sono laureata, le ho confessato il mio desiderio di mollare e lei mi ha detto “Luana, hai portato così tanti cambiamenti nella danza. Sei ancora giovane e io sono certa che la danza abbia ancora bisogno di te. Puoi andare in università anche a 50 anni”. Ha ragione! Posso farlo quando voglio. Quindi credo che resterò nel mondo della danza. Cosa farò? Non lo so! Di sicuro non voglio fare solo una cosa. Danzare, insegnare, coreografare… Non voglio concentrarmi solo su una di queste tre cose, perché così morirei. Devo muovermi, devo sperimentare e soprattutto devo creare connessione. Sì! Voglio mettere in connessione le persone.

I.: Qual è il più grande insegnamento che la danza ti ha lasciato?

Luana R.: La disciplina. Non si ottiene nulla senza la disciplina. Ho rinunciato a tanto, è stato pesante, ma lo rifarei, perché quello che mi ha dato la danza vale tutte le rinunce e tutta la disciplina che ho dovuto avere. Io ho perfino pulito i bagni per mantenermi in università! Lavoravo nei locali 6 sere a settimana e non dormivo! Rientravo a casa, dormivo mezz’ora, sveglia, doccia e correvo in accademia. Ho vissuto 7 anni così e con anche problemi alla valvola cardiaca, che ora per fortuna sono passati. Se ho fatto tutto questo è perché mi sono autodisciplinata e ho perseverato.

Sito di Luana Rossetti: https://www.luanarossetti.com/

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