Sono il capitano di un vascello pirata e con il timone stretto tra le mani ho appena dato l’ordine di salpare.
Questo articolo, più di tutti gli altri, non può che iniziare così: come una storia fantastica. Perché quella di Bussana Vecchia è una storia, fantastica. E non a caso ho deciso di portarvi a Bussana arrivando dal mare, da quel mare che Bussana osserva dall’alto, inespugnabile roccaforte dell’arte e della fantasia.
Per me l’approdo in questo borgo medievale ha rappresentato l’equivalente di un pellegrinaggio. Ero alla ricerca di me stessa, del fuoco che mi scorre dentro quando mi trovo di fronte a un artista e con mia sorpresa (ma forse nemmeno troppa) ho capito quanto ancora quel calore sia da far crescere: non è sufficiente.
La storia che ci riguarda di Bussana Vecchia, quella più vicina a noi, è iniziata più di 60 anni fa. Sembra ieri, non è un lasso di tempo così grande eppure ascoltando Silvano e Luisa parlare mi sono sentita così lontana… La loro passione, l’energia che emanano mentre ripercorrono con la mente anni di lotta, di vivace e instancabile produzione artistica è tale da farmi chiedere: “Dove ci siamo persi?”. La decisione, la caparbietà, la forza e il coraggio che hanno acceso i nostri coetanei nel ’68 o negli anni 80, dove abbiamo perso tutto questo? Perché per quanto appassionati e innamorati dei nostri ideali, non riusciamo ad avvicinarci a quel senso di frizzante e poetica pace che Silvano e Luisa hanno negli occhi: la luce di chi ha dato tutto e ancora non intende fermarsi.
Ma c’è una domanda che, più importante, dovremmo porci: “Possiamo anche noi brillare come loro?”. Il senso di questo blog è quello di portare speranza e diffondere la consapevolezza che non siamo soli, amanti dell’arte e artisti siamo una rete, una comunità. Dobbiamo ispirarci gli uni agli altri, sostenerci. Per questo siamo qui oggi:
permettiamo a personalità come quelle di Luisa Bistolfi e Silvano Manco di insegnarci la resistenza e proseguiamo sul loro cammino salvaguardando realtà come quella di Bussana Vecchia, pena il rimpianto di non aver mai raggiunto “L’Isola che non c’è”.

N.d.A. Ho lasciato a Luisa il compito di raccontarvi la storia di Bussana Vecchia, lei che l’ha vissuta dal principio, lei con la sua personalità esplosiva e avvolgente. Un ringraziamento speciale va ad Anna, che ha organizzato l’incontro e ci ha accolti come vecchi amici.
Isabel: Quando è iniziata la tua storia a Bussana Vecchia?
Luisa: Io sono un’eccezione, perché sono l’unica che fin da bambina vive a Bussana. Vivevo in via Al Mare, per cui so tutto quello che è successo qui. Bussana non è mai stata molto fortunata… Se volete, se non la sapete già, vi racconto la sua storia dall’inizio.
I.: Siamo qui proprio per ascoltare questa storia…
Luisa: Allora, Bussana fu colpita da un terremoto nel 1887, un terremoto che arrivò fin oltre le Alpi, fino a Nizza. E Bussana Vecchia di tutti i paesi colpiti fu l’unico per cui si pensò a una ricostruzione da zero, un borgo nuovo. Ci furono paesi molto più colpiti, eppure vennero ricostruiti sul posto, per Bussana si pensò invece a ricreare un paese nuovo, qualche chilometro più in giù. Già qui iniziano le stranezze: perché mai ricostruire da zero? Sicuramente interessi. Ma all’epoca sai, nei paesi il potere era in mano a pochi, la gente era povera e si videro costretti con la minaccia di multe, che non potevano pagare, a fare come ordinato.
L’antico borgo di Bussana Vecchia venne quindi abbandonato.
A fine degli anni ’40 in queste zone iniziò a fiorire il commercio di fiori, alimentato anche dall’immigrazione dal Sud Italia e Bussana venne notato e occupato principalmente da abruzzesi e calabresi. Stettero qui per qualche anno, poi il comune di Sanremo decise di mandarli via, decidendo perfino di far saltare per aria quegli edifici rimasti in piedi dal terremoto. Perché dovete sapere che il terremoto fece sì danni, ma gli edifici erano ancora in piedi! Vennero distrutti con cariche di esplosivo. Altro mistero.
Io ricordo il prima e il dopo delle case qui, perché da bambina salivo fin su da Bussana Nuova e venivamo in gruppi a giocare, a esplorare le case in rovina, arrivavamo fino al castello… era bellissimo.
Passa qualche anno e un ragazzo che frequentava Brera e che veniva coi genitori a passare l’inverno a Bussana, si innamora di Bussana Vecchia e decide di sfruttarlo per dar vita a una comunità di artisti. Si rivolse al comune per chiedere i permessi e gli venne risposto: “Fa come vuoi basta che non ci chiedi nulla!”. Purtroppo però fu un accordo verbale. Ad ogni modo, tramite delle sue conoscenze, arrivarono altri artisti e i primi furono inglesi.
Gli artisti per poter entrare nella comunità dovevano passare una sorta di esame: dovevano dimostrare di essere artisti e anche capaci, di vivere delle proprie opere ed era assolutamente proibito e mal visto chiedere l’elemosina ed esporre le opere per strada. Inoltre chi arrivava doveva ristrutturare la casa dove avrebbe abitato a proprie spese.
Per volere della comunità si decise di mantenere lo stile medievale, il nuovo non avrebbe dovuto vedersi. Abbiamo pulito le strade, le abbiamo sistemate, il tutto riutilizzando i materiali recuperati dalle macerie…

Arriviamo così al 1968, anni di proteste ma anche di fermento e tante iniziative e in quell’anno, nuovamente, arriva un avviso da parte del comune di Sanremo che voleva sfrattare gli artisti residenti. Uscirono molti articoli di giornale sulla questione, anche all’estero. Probabilmente per la vergogna dato che l’opinione pubblica era schierata dalla nostra parte o per chissà quale altro motivo, dopo poco arrivò una pubblicazione che citava: “Gli artisti restano a Bussana Vecchia”. Senza un’ apparente ragione. Il mistero si infittisce! (ride)
Tutto rimase tranquillo fino agli anni ’80. Negli anni ’80 ci fu un boom di visite anche da parte di turisti italiani e questo riportò l’attenzione su Bussana da parte del comune che organizzò un concorso per architetti per promuovere la ristrutturazione e la miglioria di Bussana Vecchia. Secondo il piano di chi vinse il concorso dove c’è il mio giardino avrebbe dovuto esserci un bel supermercato… in prossimità della mia vecchia casa avevano pensato di installare dei bagni pubblici e lungo la via principale volevano costruire degli atelier moderni.
Abbiamo rifiutato.
Non avremmo mai permesso che venisse rovinato l’aspetto medievale del borgo. Il rifiuto deve aver ovviamente offeso il comune, che rinnovò l’ordine di sfratto giustificandolo stavolta con l’assenza di servizi igienici.
Sanremo in linea d’aria dista 1 km: non si erano mai accorti che negli anni avevamo portato a Bussana Vecchia acqua corrente, elettricità, fognature e linea telefonica. (ride) Abbiamo fatto ricorso al TAR: vinto.
Da quel momento invece di rinunciare hanno continuato a presentare giustificazioni al loro desiderio di sfrattarci. Ogni ricorso al TAR è stato vinto da noi. Finché si sono presentati a Roma e hanno chiesto e ottenuto che Bussana Vecchia diventasse Patrimonio Indisponibile dello Stato.
Da quel momento sono iniziati i processi. Non avete idea di quanti soldi abbiamo speso in avvocati. Poi si fermavano, poi cambiava il direttore del demanio e ricominciavano tutto da capo… Siamo andati avanti così per anni, fino a 3 o 4 anni fa quando alcuni incaricati del demanio sono venuti a controllare casa per casa e in base ai mq occupati ciascuno di noi ha ricevuto una multa. Da ultimo, dopo il Covid, lo Stato ha deciso che vorrebbe dare Bussana Vecchia al comune e il comune potrebbe poi scegliere qualcuno che lo gestisca in sua vece. Ma siamo in alto mare, perché hanno la mania di “dover mettere in sicurezza”, quando non c’è nulla da mettere in sicurezza, perché tutto ciò che poteva essere pericolante è stato sistemato da noi anni e anni fa.
Un accanimento insensato. Non potete immaginare quanti turisti vengano ogni giorno a Bussana Vecchia. Dovrebbe essere una cosa buona, no? Non solo per noi, ma anche per la zona circostante…
I.: Parliamo di cose belle…
Luisa: Ci vorrebbe!
I.: Il tuo giardino…
Luisa: (ride) Il mio giardino non so come mai, ma piace tanto!
I.: Da dov’è nata l’idea?
Luisa: E’ nato tutto per caso! Man mano che mettevamo a posto nascevano nuovi angoli. All’inizio era una sorta di orto. Poi un giorno è passata di qui un architetto di giardini, amica di una signora che viveva a Bussana e mi disse: “Ma perché non fai un giardino da visitare?”. Era l’ultima cosa a cui avrei pensato un giardino! L’idea però mi ha stuzzicata e angolo dopo angolo, partendo dall’alto, siamo arrivati a sistemare fino all’ingresso,
I.: Lo consideri terminato?
Luisa: In realtà di progetti ne avrei ancora tanti, ma realizzarli è difficile.
I.: C’è una parte di questo giardino a cui sei più legata?
Luisa: (si prende una pausa per riflettere) Sarebbe davvero troppo difficile scegliere. In ogni angolo c’è un ricordo di tutta questa storia, di tutta la mia vita.
N.d.A. Silvano Manco è pittore e musicista polistrumentista, ma soprattutto è un resistente…

Isabel: Tu sei arrivato a Bussana Vecchia nel 1979…
Silvano Manco: In realtà la frequentavo da molto prima, perché sono nato sul mare e da ragazzini scollinavamo con le biciclette, le imboscavamo e poi salivamo su fino a questo paese che per noi era incredibile! Tieni conto che io e i miei coetanei siamo cresciuti con gli ultimi partigiani che ci raccontavano storie e, a detta loro, Bussana Vecchia era uno dei posti dei partigiani. Ci raccontavano di depositi di armi, nascondigli… Per dei ragazzini tra i 10 e gli 11 anni puoi immaginare che si trattasse di storie dal fascino irresistibile!
I.: E via all’avventura!
Silvano: Esatto! Poi dal 1978 ho iniziato a frequentarla di più e sì, dal ’79 mi sono trasferito.
I.: Che cosa ti ha spinto a trasferirti?
Silvano: Sembrerà banale, ma mi ha spinto a venir qua quella che poi è diventata la madre di mia figlia, nell’immediato. L’altra ragione risale al 1978 quando conobbi un gruppo di ragazzi molto bravi a suonare la chitarra, che venne a passare l’estate a Bussana. All’epoca suonavo le canzoni di Lucio Battisti e dopo aver sentito questi ragazzi suonare mi si aprì un mondo! Dopo quell’estate ho passato autunno, inverno e primavera con la chitarra in mano e l’estate dopo, quando tornarono, mi inserirono nel loro quartetto che da quel momento divenne un quintetto!
I.: Com’è cambiata Bussana in questi anni?
Silvano: Bussana è sempre “Un po’ cambiata”, è in continua evoluzione. Già dall’inizio dell’occupazione dal ’59 al ’79, quando arrivai io, era cambiata. I pionieri, i fondatori erano davvero pochi. Il 1979 rappresentò invece un Rinascimento e molti più artisti, soprattutto stranieri, capitarono qui. Adesso non c’è una percentuale di creativi così alta come in quel periodo, ma uno zoccolo duro… tiene duro!
I.: C’è sempre un ricambio internazionale come all’epoca?
Silvano: Sì, c’è sempre un sacco di gente che gira. La cosa che distingue Bussana Vecchia rispetto a tanti altri borghi medievali, altrettanto belli e presenti in tutta Italia e nel resto d’Europa è la sua storia. Se apri Google trovi notizie su Bussana Vecchia a profusione! Siamo citati su giornali messicani, giapponesi…
I.: L’idea di Bussana Vecchia come luogo, come comunità con un proprio “statuto”, un proprio “regolamento” che cos’ha dato in più alla tua arte?
Silvano: Più che l’idea di una comunità o uno statuto o un regolamento mi ha attirato proprio il posto, perché d’estate era davvero un concentrato di creatività e di vitalità formidabile! Ancora adesso rispetto ad altre realtà che si credono o vogliono farsi credere culturali e artistiche, Bussana continua ad attrarre. Avendola frequentata da bambino, poi con l’amore e la musica che mi hanno portato a viverci… credo di averla vissuta in modo molto personale e intimo. Tutt’ora ho un rapporto molto intimo con Bussana Vecchia.
I.: Tenendo presente il mondo dell’arte fuori dalle mura di Bussana, un centro come Bussana Vecchia con l’ideologia che l’ha fondata e la regge quanto è importante per sviluppare e proteggere la produzione artistica? Se lo protegge.
Silvano: Bella domanda… Intanto bisognerebbe che ci fosse più produzione artistica da proteggere! Per quella che c’è, che comunque non è poca, sì! Anzi, forse da un lato è fin troppo protettiva Bussana Vecchia. Perché dall’altro lato non è così semplice, rispetto al mondo esterno dell’arte, interagire. Quello che ci denota qui al villaggio è la mancanza di bisogno di interagire con l’attività artistica esterna. Anche se ci ritroviamo in queste dinamiche, perché molti creativi passano di qui in visita e ci ritroviamo a dover interagire. Con il mondo dell’arte quello blasonato o affaristico personalmente non ho molto a che fare. Io poi essendo un misantropo naturale soffro di moltitudine e mi trovo in questo posto perché amo poco il chiasso… Pur facendo il musicista! E’ un ossimoro, ma è così! (ridiamo) Quindi per rispondere alla tua domanda: non so quanto questo posto favorisca un’interazione programmatica con il mondo esterno dell’arte.
I.: Le nuove generazioni come si interfacciano con Bussana e la sua ideologia?
Silvano: In realtà più o meno come ci interfacciammo noi coi primi pionieri. Cioè con molta curiosità, un discreto rispetto, osservando una certa “gerarchia” anche se, non fraintendermi, una vera gerarchia fortunatamente non esiste in questo posto. Cercano di cogliere quello che è stato prima, cercano di modificare l’assetto nei punti in cui sarebbe bene modificarlo… ci provano! Diciamo che le discipline sono anche cambiate rispetto a quando abbiamo iniziato, che sembra l’altro ieri invece sono 45 anni fa, 60 anni fa per i primi.

I.: E’ rimasta la voglia di fare quindi?
Silvano: Sì! Abbiamo un sacco di bravi ragazzi. Qualcuno un po’ più caotico, qualcuno un po’ meno (ridiamo) Ma com’era e come sempre sarà.
I.: Nelle tue opere, concentrandoci sulla pittura, ho notato un che di primitivo, di sciamanico… Di solito chi richiama, anche involontariamente, lo sciamanesimo ha un rapporto molto intimo con la natura. Quant’è forte il tuo legame con la terra?
Silvano: Sono certo di avere un legame molto profondo con la terra, con la natura, con il mare soprattutto, la nostra terra è il mare e io ci sono anche nato sul mare. Dello sciamanesimo sono attratto dalle forme più che dalle dottrine. Da buon ateo incallito credo fino a un certo punto a ciò che riguarda l’esoterismo o le energie particolari che ci sovrastano. Però credo che queste energie ci siano!
I.: Tra l’altro noto una certa coerenza tra pittura e musica, perché ho letto che tu suoni anche le percussioni africane. Fa parte di un percorso di studi volontario o è nato tutto per caso e si è chiuso un cerchio?
Silvano: Non so se sia stato volontario o meno, però ho sentito che la percussione mi apparteneva o io ad essa. Ho pensato di approfittarne e approfondire. Poi io sono malato di musica. Non hai davanti a te una persona normale. Io non sono un musicista, io sono vari strumenti musicali. Riportando il discorso a ciò che dicevi sulla terra, cosa di meglio di uno strumento, come la percussione, libero dal paradigma musicale in un certo senso… Io mi sento naturalmente un ritmico. Era dentro di me.
I.: L’arte per te è una sola.
Silvano: Per me l’arte è una sola nel senso che l’arte non è appannaggio di un mestiere piuttosto che un altro. Dico sempre che conosco gelatai che sono artisti e musicisti che non lo sono affatto. L’arte è un modo di porsi nell’attimo in cui fai. L’arte è un modo di vivere la tua azione, è un modo di pensare il modo di essere, la vita stessa, l’esistenza. E’ guardare con occhi di un certo tipo e questo è appannaggio di qualsiasi persona, di qualsiasi mestiere. L’arte è una. E’ un pensiero a sé.
I.: L’ultima domanda riguarda un elemento che ho visto spesso nei tuoi quadri, elemento a cui sono molto legata, che è la luna. La luna che è fragile.
Silvano: La luna è fragile, sì. Stai citando un mio pezzo… Ho un rapporto particolare anche con la luna essendo una persona di mare. Ho chiamato mia figlia Martina Luna, ho una luna tatuata da qualche parte…
I.: (mostro il mio braccio tatuato) La dea della Luna!
Silvano: Questa è più elaborata! La mia è una lunetta minimale. Però come si fa a non essere totalmente affascinati dalla luna? Da questa palla d’argento che abbiamo sulla testa. Ci condiziona anche molto. La luna è molto importante e mi piace anche da un punto di vista meramente estetico. Che poi: l’estetica non è mai mera secondo me. E’ mera quando è superficialità. L’estetica è un’etica e quindi la luna è perfetta!
